lunedì 19 marzo 2012

«Ho avuto un’idea non male per un film». Da Midnight in Paris a L’Angelo sterminatore

Gil, il protagonista dell’ultima fatica di Woody Allen, Midnight  in Paris, riesce a coronare il suo più grande desiderio, quello di tornare indietro nel tempo e ritrovarsi per incanto nella capitale francese degli anni venti, incontrando i più grandi artisti dell’epoca. Tra i tanti ha possibilità di conoscere il maestro del surrealismo cinematografico, Luis Buñuel, al quale suggerisce il soggetto per un film.
Gil descrive ermeticamente la “sua” idea ad uno sconcertato e perplesso Buñuel che si chiede il perché di una trovata tanto assurda: “delle persone sono ad una cena molto elegante e, alla fine della cena, quando cercano di lasciare la stanza non ci riescono”.


Il film in questione è L’Angelo sterminatore che il regista aragonese realizzerà solo nel 1962, durante il suo definitivo soggiorno a Città del Messico.
La trama del film, in effetti, può essere riassunta proprio come fa Gil, in pochissime parole. Infatti, pur essendo l’opera più misteriosa e complessa di Buñuel, è caratterizzata da un canovaccio esile, denso però di elementi che costituiscono il vero corpo del film: le scene identiche ripetute più volte (alcune di queste eliminate, non si sa perché, nella versione che circola in Italia), la realtà che si mescola al sogno e talvolta si fonde con esso, figure reali che assumo significato solo sul piano simbolico.
Ne L’Angelo sterminatore troviamo una tematica ricorrente della poetica buñueliana, ovvero quella dell’impossibilità di soddisfare un semplice desiderio, nel caso specifico quello di uscire da una stanza.
La prigionia forzata dei borghesi di calle de la Providencia altro non è che un espediente utilizzato dal regista per mostrare cosa si nasconde dietro i frac, le tavole imbandite e i convenevoli di facciata.
La reclusione avrà inizio dopo la cena quando i protagonisti, convenuti nel salone, non troveranno la forza di lasciare la sontuosa villa dei Nobile


Spesso, i borghesi di Buñuel sono rappresentati durante i momenti del rituale sociale, come nei banchetti, proprio a dimostrazione della concezione che il regista ha della classe: incapace di rinnovarsi e che utilizza il rituale come unico strumento che gli resta per ostentare e affermare il proprio status economico e sociale.
Con il trascorrere delle ore e dei giorni; senza più acqua, cibo e spazio vitale, cadranno tutti i tabù, le restrizioni e le imposizioni di cui questa classe si è ammantata.  Ma è in particolare la mancanza di un giudice esterno, che impone comportamenti da seguire (spesso incarnato nei film di Buñuel da “Chiesa” ed “Esercito”, due istituzioni che si occupano rispettivamente dell’educazione della classe e della difesa dei suoi valori tradizionali), a permettere che si dia libero sfogo a tutte le pulsioni inibite fino a quel momento. L’assenza di sovrastrutture porta alla liberazione dell’individuo che fa prevalere gli istinti sulla ragione.
Solo quando i borghesi riprendono le posizioni iniziali, ovvero quando si ricreano simbolicamente le condizioni del così detto vivere civile tradizionalmente inteso, riescono finalmente ad uscire; ma questi si troveranno di nuovo prigionieri all’interno di una chiesa, ancora una volta prigionieri delle circostanze così come della repressione degli istinti vitali attuata dal cattolicesimo.
L’Angelo sterminatore insieme a L’age d’or (1930) e il Fascino discreto della borghesia (1972) forma una sorta di trilogia sull’impotenza del potere, solo che qui con una visione più matura e disincantata rispetto al linguaggio violento e iconoclasta utilizzato in L’age d’or, Buñuel ci avverte che la borghesia non è morta ma basta un niente per svelare tutta la sua fragilità e ipocrisia.


Fonti e bibliografia
A. Bernardi, Luis Buñuel, Le Mani, Genova, 2000.
L. Buñuel, Dei miei sospiri estremi, éditions Robert Laffont, S.A., Parigi, 2000.


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