lunedì 11 febbraio 2013

Alla ricerca di "Un cane andaluso"...

Luis Buñuel un giorno disse ad un produttore cinematografico messicano: “Se il film è troppo corto ci metterò un sogno”. Il produttore non apprezzò molto l'affermazione del regista aragonese.
E pensare che molti anni prima, nel 1929, dall'incontro di due sogni, Buñuel realizzò il suo primo film, più precisamente un cortometraggio, considerato il corrispettivo filmico del Primo Manifesto Surrealista: Un chien andalou.
Buñuel, ospite a Figueres per alcuni giorni a casa dell'amico Salvador Dalì, raccontò al pittore catalano di aver sognato, la notte precedente, una nuvola lunga e sottile che tagliava la luna e un rasoio che recideva un occhio.




Dalì, invece, confessò al suo ospite di aver sognato, quella stessa notte, una mano piena di formiche.


Decisero così di unire i due sogni e farne un film. La sceneggiatura venne scritta in meno di una settimana, utilizzando un un solo criterio: la scrittura automatica, aprire le porte all'irrazionale rifiutando ogni idea che potesse ricondurre ad una spiegazione logica.
Il risultato di tutto ciò è un film straniante, privo di concatenazioni tra le sequenze, anti-narrativo, e volto a sovvertire tutte le convenzioni del cinema del tempo, prima tra tutte quella temporale.
Inutile, dunque, soffermarsi a descrivere la non trama del film, non servirebbe a spiegarlo.
Piuttosto utile nella comprensione del cortometraggio è invece fornire una o più chiavi di lettura. Sebbene l'opera nasca come un intento di liberazione dal controllo razionale, è impossibile non porsi delle domande davanti a questa pellicola e tentare di trovarvi un significato.
Un chien andalou si apre con il sogno di Buñuel, una nuvola lunga e sottile taglia la luna, segue una scena in cui il regista in persona squarcia l'occhio di una donna. Da molti critici questa sequenza, una delle più celebri della storia del cinema, è stata interpretata come l'invito, da parte dei due autori, allo spettatore, a guardare ciò che seguirà in maniera del tutto diversa rispetto alle consuete abitudini. Altri, invece, vedono in questa scena la rappresentazione surreale e onirica delle due azioni fondamentali per un regista: guardare e tagliare.


Ogni sequenza, si presta, proprio perché difficile da comprendere, ad innumerevoli interpretazioni. Nei sedici minuti in cui si dipana la pellicola è possibile rintracciare tutti i perni tematici della filmografia di Buñuel: l'anticlericalismo, le pulsioni sessuali e l'amour fou, la critica alla classe borghese. Evidente, inoltre, l'omaggio al regista americano Buster Keaton ed al pittore Renè Magritte.

A sinistra la scena finale di Un chien andalou,
a destra una scena tratta dal film Il cameramen di Buster Keaton
Una delle chiavi di lettura maggiormente utilizzate per interpretare Un chien andalou è quella freudiana, volta ad analizzare il film come si fa con i sogni, visto che proprio di sogni si stratta.
L'interpretazione freudiana non permette però di spiegare a pieno l'opera: ad esempio non è in grado di spiegare il titolo. Perché "Un chien andalou"? In tutto il film non è presente nemmeno un cane, ci sono degli asini, ma nessun cane, men che meno un cane andaluso.
Per spiegare il significato di un titolo completamente slegato dalla trama del film (in perfetta tradizione surrealista) e molti altri aspetti, occorre leggere Un chien andalou in chiave antilorchiana.
La prima opera di Buñuel può essere interpretata, infatti, anche come una pubblica critica all'amico Federico Garcia Lorca, che nel 1928 aveva pubblicato Primero romancero gitano, riscuotendo molto successo di pubblico e critica ma anche il rimprovero da parte di Buñuel per l'eccessiva attenzione estetica dell'opera.
Considerando questo aspetto è dunque possibile capire anche il significato del titolo: il cane andaluso altri non è che il poeta Lorca.
Anche la sequenza della luna può essere interpretata come un rimando al Romancero gitano di Lorca (che ha tra i topoi più ricorrenti la luna e il coltello), o ad una poesia che quest'ultimo scrisse per Buñuel e che recita: “Luis, nel fascino dell'aurora canto la mia amicizia sempre in fiore. La luna grande brilla e ruota fra le alte nubi tranquille”.
Inoltre, all'interno di Un chien andalou è possibile intercettare insieme alla pulsione sessuale anche quella di morte, esaltata da Buñuel e Dalì in perfetta opposizione alla poetica lorchiana in cui invece è continuamente esorcizzata.
L'enorme mole di richiami, riferimenti e citazioni presenti nel film, a prescindere dalla chiave di lettura che si vuole utilizzare per interpretarlo, pone inevitabilmente lo spettatore di fronte a due quesiti. Primo, Dalì e Buñuel affermando che la sceneggiatura sia priva di riferimenti di tipo razionale ci prendono volutamente in giro? Secondo, se così non fosse, se i due artisti abbiano effettivamente scritto Un chien andalou affidandosi esclusivamente alla scrittura automatica, è lecito chiedersi se razionale e irrazionale siano poi così lontani e se il confine, se c'è, che li separa sia poi così distinguibile...



Bibliografia
- A. Bernardi, Luis Buñuel, Le Mani, Genova, 2000.
L. Buñuel, Dei miei sospiri estremi, éditions Robert Laffont, S.A., Parigi, 2000.

2 commenti:

  1. Risposte
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